Le fiere del vino sono inutili, ecco perché 💣

 

fiere del vino

Le fiere del vino sono un argomento molto discusso ai tempi d’oggi. Il mondo è diviso tra chi le reputa eventi ancora performanti e chi soltanto una perdita di tempo. A noi della Cantina piace sempre andare un po’ contro corrente. Vediamo perché 😎

 

Vi è mai capitato di assaggiare un vino in fiera, comprarne una bottiglia, tornare a casa, aprirla dopo un po’ e restare totalmente delusi? 

Eppure, ricordate perfettamente il suo primo assaggio: amore a prima vista, tanto che mentre compravate la bottiglia, sognavate il tipo di pietanza da accompagnarci. 

 

Oggi, mentre annusate e ne date qualche sorso, ricercate assiduamente quel ricordo, ma sembra del tutto svanito. 

Questo succede perché l’essere umano resta colpito da qualcosa non solo per la natura della cosa in se, ma piuttosto dall’esperienza in toto. 

 

Immaginate di visitare Parigi per la prima volta, un viaggio di tre giorni: in quei giorni, piove tutti i giorni, tutto il giorno, la vostra stanza d’albergo è al di sotto delle aspettative e vi rubano il cellulare in metro. Parigi sarà anche una delle città più belle del mondo, ma voi non ne conserverete un bel ricordo e difficilmente vorrete farvi ritorno. 

 

Nelle fiere del vino succede esattamente la stessa cosa. 

 

Prendiamo Vinitaly come esempio, la fiera internazionale del vino italiano. 

 

Vinitaly nasce a metà degli anni ‘60, in un periodo durante il quale il mondo si stava inconsciamente preparando alla globalizzazione e la classe contadina o mirava a trattori e mietitrebbie di ultima generazione o abbandonava totalmente la campagna per fare fortuna in città. Serviva un qualcosa che rilanciasse il vino, che ne creasse un’immagine diversa, l’immagine di un prodotto di valore e di qualità. 

 

Nel 1967, grazie ad Angelo Betti e Sandro Boscaini, rispettivamente giornalista e studente di economia, nasce la prima edizione di “Giornate del vino Italiano”, un evento caratterizzato da un forte impatto culturale dove, per la prima volta, si da la possibilità di fare degustazione. Alla terza edizione, parteciparono circa 130 espositori; nel 2023, sono stati oltre 4.000

 

Come può il singolo produttore, mediamente conosciuto, lasciare un ricordo di sé ad un evento dove c’è una concorrenza così alta?

 

Nell’era della tecnica in cui viviamo oggi (o forse, in cui sopravviviamo?), fatta di vertiginose apparenze, fiere così grandi e mainstream, alla portata di tutti, come Vinitaly o Wine Paris o Prowein, possono davvero valorizzare il lavoro del singolo? Può il produttore avere la chance di lasciare il segno a quel buyer disposto a richiamarlo ? Oppure, il suo biglietto da visita finirà nella borsetta ecologica ( un po’ di greenwashing non guasta ), insieme ai migliaia di bigliettini  di altri imprenditori? 

 

Perché forse fiere così grandi non sono né per il vino, né per promuovere un territorio. Sono eventi per imprenditori (non per vignaioli), pronti a stringersi la mano, a fare la foto per i giornalisti, un selfie da postare su Instagram Stories, scandendo le giornate tra un bicchiere dopo l’altro e a fare interviste, per lamentarsi delle cose che non funzionano, invece di farsi portavoce di innovazione (vera innovazione, non una banale parola inflazionata) e buoni propositi per il settore di riferimento. 

 

In tutto questo, il vino?

 

Il vino dovrebbe essere il vero protagonista, la valorizzazione della sua storia, di chi lo produce, dell’amore e delle difficoltà che ogni giorno si affrontano per realizzare un prodotto della Terra, che caratterizza la storia del nostro Paese da secoli. Sembra che, in queste fiere, fatte di applausi ovattati e sorrisi vuoti, il vino e tutto ciò che gli ruota intorno faccia solo da sfondo. 

 

Un discorso a parte meritano le piccole fiere di paese e provincia. Queste tendenzialmente riuniscono i produttori di un unico territorio, che hanno voglia di farsi conoscere e di cavalcare l’onda dell’enoturismo italiano post pandemia. 

Durante questi eventi, si nota una maggiore attenzione alla bottiglia e all’uomo che versa nel calice (nonostante, anche qui, sia spesso un pretesto per farsi una bevuta e restare allegri). Ma soprattutto chi è davvero interessato al vino e alla sua storia potrà facilmente accedervi, chiacchierando piacevolmente a riguardo. 

 

Quante volte vi è capitato di assaggiare un vino e, di primo impatto, non esservi piaciuto? Poi, è successo che il produttore, il vignaiolo stesso, o l’enologo, o lo staff della cantina, ve ne abbia parlato: vi abbia raccontato la storia di quel vino, le note aromatiche, vi abbia fatto immergere totalmente il naso dentro e avete immediatamente rivalutato il vostro primo giudizio. 

Questo perché, il vino, per essere capito e apprezzato, va spiegato e il produttore deve avere la possibilità di farlo. E ormai, in fiere così grandi e puramente mainstream, dove solo i social decidono chi detiene il podio, non è più possibile raccontare storie. 

 

Per noi della Cantina Il Poggio, per il nostro modo di vivere e raccontare il vino (e chi è venuto a trovarci, lo sa bene), le fiere non riescono a dare nessun tipo di emozione, a trasmettere la profondità, il rapporto umano sincero, che si vive invece durante le visite dai produttori. Il vino va vissuto, in viaggio, con lo sguardo rivolto al vigneto, con l’ascolto attento alla natura circostante. 

 

Il vino è il fine per ricercare la bellezza, lo splendore di un luogo che sembra un dipinto, ma che in realtà è fatto di passeggiate silenziose, venti ululanti e natura rigogliosa. 

Un luogo con un’anima. 

Le fiere del vino sono inutili, ecco perché. Nell'immagine è rappresentata una degustazione di vini, con una decina di persone insieme al sommelier.

Secondo voi queste fiere sono ancora necessarie? O c’è un modo migliore di comunicare il vino? Facci sapere la tua! 👇

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